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Galatina 1892 - Roma 1951.
Autodidatta il gioven Martinez lavora come scalpellino nell’impresa del padre, e realizza composizioni decorative nutrite dal diffuso repertorio eclettico rnascimentale. Saranno soprattutto gli stimoli di un soggiorno a Roma(1911-1912) a sostenere i primi studi di figura, nei quali affronta tematche essenziali. Questa ricorrente riflessione sulla sofferenza umana trova in seguito una via più congeniale in opere che recuperano la tradizione verista della scuola napoletana.
Stabilitosi definitivamente a Roma nel 1922 Martinez si cimenta con la scultura monumentale, traducendo l’iniziale michelangiolismo in una ricercata stilizzazione primitivista. Negli anni Trenta la scultura di Martinez, sempre più presente sulla scena italiana, sia in occasione delle varie esposizioni romane delle Biennali di venezia, dialoga con i maggiori maestri del tempo.Accostatosi prima al raffinato esotismo di Andreotti e poi al primitivismo barbarico di Romanelli, si fa poi interprete di una classicità austera e scabra, ma anche solare e mediterranea, caratterizzata dalla di un’estrema concisione formale e animata dal recupero della plastica fittile e in bronzo in epoca etrusco romana.
insofferente alla retorica di regime, e anche per questo trascurato dalla committenza pubblica, verso il 1940, Martinez manifesta una decisa e significativa svolta in senso anticlassico, presentando nella sala personale allestita in seno alla biennale di Venezia del 1942, creature fragili e stralunate e ritrattini evanescenti, emanciati. affiora in questi anni una poesia intima, malinconica, silente che è la vena più genina di Martinez. in seguito i volumi torneranno a farsi più solidi, ma di una corposità popolana che rinvigorisce anche le immagini mitiche desunte da Maillol o il mondo attonito al primo Picasso, e sempre l’ispirazione ad una essenzialità che nelle opere estreme, porta Martinez a sfiorare, non senza punta d’ironia, l’astrazione di Moore.
Lo scultore galatinese sembra ora riconcilisrsi con la sua terra d’origine, e il frutto più sapido di questi ultimi anni è una singolare produzione di teatrini in terracotta dove Martinez ritrova la frechezza narrativa della plastica presepiale, mettendo in scena momenti di vita paesana ora gaia, talora persino comica, non di rado drammatica fino a prefigurare la morte prossima.
 
 
       
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